Essere o non essere….

Essere o non essere: questo è il problema
La celebre frase pronunciata dal principe Amleto all’inizio del suo soliloquio.
L’interrogativo Esistenziale per antonomasia, quello tra il vivere (essere) o il morire/esistere  (non essere).
Il Dubbio amletico, che troviamo in ogni scelta, viviamo questa contrapposizione, tra il dare e il ricevere tra paura e gioia tra vita e morte tra ciò che consideriamo bello o brutto. 
Essere,implica un grande atto di responsabilità, nei confronti di se stessi e del prossimo, significa credere fortemente che la bellezza dei propri sogni e che tutto abbia un senso più profondo e che il senso del tutto possa essere in ognuno di noi.
Non essere è di fatto la scelta più comoda, accettare le brutture, espresse i ogni forma, e accettarle come un dato di fatto oggettivo, con l’impotenza di chi si è già arreso, di chi in fondo è già morto.
Siamo gli artisti che colorano la tela della nostra vita, gli abiti, il colore dei capelli, le sfumature di un  trucco, sono un arcobaleno di emozioni, segnali potenti di come comunichiamo al mondo a voi la libertà di scegliere la cornice e il contesto……
Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci esitare. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.
 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>